
Cinquanta anni senza donne in Formula 1. È questa la realtà che emerge da un editoriale pubblicato il 11 agosto 2026, che mette in luce un ritardo epocale nel cammino verso la parità di genere nel motorsport. L’ultima donna a prendere il via in un Gran Premio del mondo è stata Lella Lombardi nel 1975. Da allora, non è mai più comparsa una presenza femminile sulla griglia di partenza. Un record che sembra quasi immutabile, nonostante i progressi tecnologici e la crescente sensibilità sociale.
Un progetto per costruire il futuro
More Than Equal, un progetto nato nel 2022, cerca di rompere questa barriera. L’iniziativa, guidata da David Coulthard e finanziata da un miliardario ceco, si propone di coltivare e sostenere la prima campionessa del mondo di Formula 1. «Non siamo una squadra di corse», spiega Tom Stanton, il direttore del progetto. «Costruiamo piloti». Tra i talenti in gara c’è Alexia Danielsson, svedese, diciassette anni, ventiseiesima in una classifica di quarantanove nella Formula 4 dell’Europa centrale. La sua storia è un esempio di determinazione: ha iniziato a sei anni con i kart e ha già guidato una vera Formula 1 a quattordici anni.
Un algoritmo per trovare talenti invisibili. Per superare le barriere di genere, More Than Equal ha sviluppato un algoritmo chiamato FutureLap. Questo strumento setaccia i risultati dei kart e delle formule junior senza considerare il sesso. «Andrea in Inghilterra è un nome di ragazza, in Italia è un nome di ragazzo», spiega Stanton. L’algoritmo ha selezionato sei ragazze su mille candidature, poi otto su millecinquecento. L’iniziativa ha anche firmato un accordo con l’Università di Portsmouth per studiare l’ergonomia del corpo femminile dentro una Formula 4.
Un’aspettativa che pesa
«È una benedizione e una maledizione», dice Stanton. La prima donna che siederà sulla griglia di partenza sarà un evento epocale. Ma la prima a partire, forse, avrà lo stesso peso simbolico. Perché dimostrerà che il circo può essere misto, non solo maschile con qualche concessione di facciata. Serve un villaggio, insiste Stanton. Non basta un’associazione benefica, non basta un miliardario illuminato, non basta nemmeno la buona volontà di Liberty Media. Servono le scuderie, i manager, i padri, le madri, i meccanici, i giornalisti che smettano di chiedere solo «come ci si sente a essere donna in un mondo di uomini».
Accanto a Alexia Danielsson ci sono altre possibili regine: Ella Hakkinen, quindicenne, figlia di Mika, protetta dalla McLaren; Abbi Pulling, che ha vinto l’Academy tutta al femminile e ha già messo le mani su una gara di Formula 4 britannica; Doriane Pin, francese, che ha testato una Mercedes ufficiale. Sono poche, sono giovani, sono determinate. Ma il tempo, si sa, in Formula 1, è sempre poco. Alexia Danielsson, intanto, guarda avanti con naturalezza. «Non credo che niente sia impossibile», dice. «Basta volerlo davvero. Quanto tempo ci vorrà? Non ne ho idea». Ha diciassette anni. Tra cinquant’anni, se tutto andrà come è andato finora, qualcuno scriverà un altro articolo come questo che avete appena letto. Oppure, chissà, scriverà la cronaca di una vittoria di una ragazza, senza mai sottolineare il fatto che appartenga al gentil sesso.
Un’aspettativa che pesa. La prima donna che siederà sulla griglia di partenza sarà un evento epocale. Ma la prima a partire, forse, avrà lo stesso peso simbolico. Perché dimostrerà che il circo può essere misto, non solo maschile con qualche concessione di facciata. Serve un villaggio, insiste Stanton. Non basta un’associazione benefica, non basta un miliardario illuminato, non basta nemmeno la buona volontà di Liberty Media. Servono le scuderie, i manager, i padri, le madri, i meccanici, i giornalisti che smettano di chiedere solo «come ci si sente a essere donna in un mondo di uomini».
